rassegna stampa – Arlecchin dell’onda

RASSEGNA STAMPA
ARLECCHIN DELL’ONDA

“Il mare, intimità e profondità spirituale prima ancora che fisica, meraviglia e futuro, sofferenza e abbandono, migrazioni e naufragi, così questo bello spettacolo è capace di contaminare e trasfigurare la Storia nelle piccole storie personali che l’attraversano oggi, come l’hanno sempre attraversato ieri e l’attraverseranno domani, facendoci scoprire l’inaspettato e l’inascoltato con la forza della narrazione e della maschera. Genova da quel mare illuminata e a volte accecata, ed il suo oscuro retroterra di povertà e fame, di fuga e sfruttamento, diventa dunque la meta di una girovaga e spesso, dietro il riso che talora la deforma, inquietante commedia dell’arte, tra Arlecchino e Pulcinella, Pantalon dei Bisognosi (sich!!) e i tanti capitan Fracassa che percorrono i ponti delle sue navi e delle sue velocissime e guerresche galere. Maschere condivise con cui ci scambiamo in continuazione, da sempre quasi, a volte maschere di classe che esprimono un proletariato affamato ed una economia di mercanti e capitalisti dello sfruttamento e del commercio degli schiavi, oggi dimenticato o forse solo modificato sotto la deformazione tragica dei barconi e dei naufragi del mediterraneo di oggi.
Oggi come l’ieri di Arlecchino che abbandona le sue valli bergamasche, che non danno più sostentamento, per il lavoro di scaricatore nel ricco occidente di Genova, portando con sé, insieme alla sua fame e alla sua speranza, la sua cultura e la sua visione, capace ancora di mescolarsi con l’altro.
Intanto le galere genovesi e veneziane si riempiono di schiavi mentre il lucroso mercato di Pantalone ne arricchisce palazzi, campielli e vicoli.
È l’arte degli Zanni che portano il popolo alla ribalta e, trasfigurando un perenne carnevale, mostrano al mondo e ai padroni di ieri e di oggi la loro cattiveria.
È l’anima della Commedia dell’Arte, la tipizzazione unita all’improvvisazione come rapida costruzione drammaturgica di fili precostituiti sul personaggio direttamente in scena,  che utilizza nel qui e ora e manipola i  tipi e le maschere che gli attori assumono, rendendo così immediata, rapida ma insieme profonda la comunicazione con il pubblico e la reciproca significazione.
Alla fine anche la morte si riscatta in questa narrazione e, con il riso, ci strappa dalla rassegnazione cui vorrebbero confinarci i padroni dell’oggi. Un bel racconto, trasfigurante e sincero e per questo paradossalmente più vero della stessa cronaca quotidiana e della politica utilitaristica.
Una drammaturgia, concepita e nata itinerante come nella migliore tradizione, di Enrico Bonavera che la dirige e interpreta ‘bravamente’ insieme alla altrettanto brava Barbara Usai.
Le maschere sono di Sarah Sartori tranne quella del Galeotto che è di Cesare Guidotti. Allestimento di Luciana Sgaravatti e collaborazione alla regia di Christian Zecca. Una produzione della compagnia “Teatrodimare”, con il supporto della Regione Sardegna e del Comune di Cagliari e la Direzione Artistica di Francesco Origo.
Nella Chiesa di San Pietro in Banchi a Genova, secondo spettacolo di SUQ FESTIVAL, in prima nazionale il 18 e 19 giugno. Una sorpresa e un successo.”

Maria Dolores Pesce.  DRAMMA.it

 

IL VINO E SUO FIGLIO

ENRICO BONAVERA in

IL VINO E SUO FIGLIO

MONOLOGO PER CANTINE, AGRITURISMO, ENOTECHE DI QUALITA’,
E TEATRI ‘ATTREZZATI’

Liberamente tratto da ‘Il Navigatore del Diluvio” di Mario Brelich

ENRICO BONAVERA è oggi l’Arlecchino del ‘Servitore di due padroni’ del Piccolo Teatro di Milano, spettacolo con cui, negli ultimi vent’anni, ha girato praticamente tutto il mondo.

Oltre al virtuosismo nella recitazione con le Maschere della Commedia dell’Arte, Bonavera ha studiato le tecniche di narrazione popolare, sviluppando doti di affabulatore che ha saputo sapientemente coniugare con quelle di mimo ed attore gestuale.

 

In “IL VINO E SUO FIGLIO” protagonista assoluto è – come da titolo – IL VINO, il suo valore ‘mitico e sacro’, la sua paradossale congiunzione tra ‘basso corporeo’ e filosofia del palato e della vita.

Quando un giovane diventa uomo ?

Nella nostra società sono ormai assenti i riti di trasformazione dall’adolescenza all’età adulta, quelli che venivano chiamati ‘riti di iniziazione’; ma il primo bicchiere di vino è ancora oggi testimonianza di una prova di passaggio: il fanciullo passa progressivamente dal latte materno, all’acqua , alla bevanda dei ‘grandi’.

Il monologo, liberamente tratto da un testo scritto nel 1982 da Mario Brelich – ‘Il Navigatore del Diluvio’ – ripercorre, attraverso il racconto di Sem, figlio primogenito, le tappe misteriose della scoperta del vino da parte di Noè e, tramite quello, del suo rapporto strettamente personale con Dio, un Javhè molto complice e ‘umano’.

Attraverso lo sguardo del figlio, seguiamo la progressiva e comica evoluzione del vecchio Patriarca dall’entusiasmo del primo sorso, a una gioiosa ebbrezza, per infine trovarlo trasformato dalle numerose libagioni in una esaltata e danzante preghiera di ringraziamento verso l’Altissimo, per lo scampato pericolo del Diluvio.

Figlio di un ‘vecchio alpino’, anche Bonavera stesso trova lo spazio, in una specie di ‘intervallo comico’, per raccontare la propria personale e prima ‘rivelazione alcoolica’.

Epico, divertente, spirituale (nel senso proprio di ‘spirito/alcool’), “IL VINO E SUO FIGLIO” nasce non solo per uno spazio teatrale ma si propone, in particolare, come un gioioso e felice intrattenimento per agriturismi, enoteche, festivals e rassegne.

E, naturalmente, per ‘fini degustatori’.

  

 
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ARLECCHIN DELL’ONDA

ARLECCHIN DELL’ONDA

Di Enrico Bonavera

Con Enrico Bonavera e Barbara Usai

Maschere di Sarah Sartori
Collaborazione alla regia di Christian Zecca
Allestimento di Luciana Sgravattila maschera del galeotto è di Cesare Guidotti
Direzione artistica di Francesco Origo

La Tradizione della Commedia dell’ Arte vede le Maschere partecipare a molte e diverse storie ed avventure, in tanti diversi Canovacci.

La molteplicità di situazioni ha ispirato, alla fine del XVIII secolo, un grande autore veneziano, Carlo Gozzi, per la creazione delle sue Fiabe Teatrali, in cui i vari Pantalone, Arlecchino, Brighella e compagnia, venivano trasportati, dal natio suolo italico, nei territori di Oriente ed Africa, in un contesto onirico e favolistico.

È da questa libertà di reinvenzione e di ricollocazione del mondo delle maschere che nasce  l’idea di portare quei personaggi in nuove vicende e creare per loro nuovi lazzi e monolooghi, più attinenti al nostro mondo contemporaneo.

In particolare, se esiste una strada aperta al contatto tra diverse popolazioni è proprio il mare Mediterraneo, culla perenne di culture diverse che nel tempo si sono incontrate, scontrate, contaminate e trasformate.

Ecco così che in “ARLECCHIN DELL’ONDA” troviamo un Pantalone mercante di nuovi schiavi, profittatore dei flussi migratori, un Capitan Matamoros che abbandonato il suo cavallo si è imbarcato,  credendosi novello pirata, su un peschereccio, o un Arlecchino che, spinto dalla fame a cercare fortuna a Genova, lavora come scaricatore nel porto e altri ancora.

Ma troviamo soprattutto Carolina e Pulcinella, separati dagli eventi ma ricongiunti da un tragico comune destino.

Tra racconti veri, veritieri o immaginari, musiche antiche e lazzi delle maschere,

“ARLECCHIN DELL’ONDA” si propone come uno spettacolo comico e al tempo stesso commovente, una divertita e amara riflessione sulle radici contraddittorie e le storie della nostra cultura mediterranea.

 
 

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